Serve in questo contesto ricordare come le molte criticità enunciate nei testi citati siano state riferite dalla ricerca ai processi correlati alla modernità radicale (Giddens) o liquida (Bauman) per cui la fine delle grandi narrazioni (quelle religiose al pari di quelle laico–politiche), simbolizzata dalla "caduta" del muro di Berlino (che non è per niente caduto, ma è stato demolito in occasione di un efficace intervento discorsivo del giornalista italiano Riccardo Ehrman nell'ambito dello snodo storico che si era generato), il processo di secolarizzazione, la fine dell'incantamento (Weber) hanno restituito ogni persona al proprio essere "individuo" (Beck), fuori da una storia comune non più possibile e responsabile per la propria vita. Non era più data la strada tracciata della carriera, del domani che sarà meglio di oggi, la continuità nelle e delle relazioni significative, ma l'intermittenza delle mobilità, la precarietà di ogni assetto, il continuo e liquido modularsi dell'identità personale nei contesti altrettanto mobili. Era finito il '900 dell'acciaio e delle macchine e delle modalità conoscitive correlate (paradigmi meccanicisti) per cui il mondo era dato e conosciuto tanto che anche l'inconscio era conoscibile e iniziava una nuova modernità in cui l'interazione, la rete, il cambiamento costituiscono la mobile zolla ctonia su cui si generano continui terremoti e nulla più si stratifica. Gli aspetti economici, culturali, interattivi di una dimensione nomade e migrante (e non solo del sud del mediterraneo verso l'Europa, ma anche del sud dell'Europa verso il nord) hanno trasformato la configurazione del mondo e si sono poste come necessari differenti modalità conoscitive anche nell'ambito delle scienze della cultura, cosa già avvenuta nella fisica, per cui si sono prodotti paradigmi relativisti e interazionisti. Ci siamo trovati gettati in un mondo differente che non conoscevamo. Un evento inedito, che richiede nuove strategie.
Ciò posto e richiamato, si rende evidente come comunque e qualunque sia stato il profilo della professione, come quello di molte altre al servizio sociale attigue, si renda necessaria una trasformazione. E per far questo in questo contesto partirò proprio dalla mission e dall'obiettivo generale enunciato della professione secondo quanto la retorica del testo esprime:
«Il servizio sociale nelle sue varie forme è orientato verso le molteplici, complesse transazioni tra le persone e il loro ambiente. La sua mission è abilitare tutte le persone a sviluppare il proprio pieno potenziale, arricchire le loro vite e prevenire le disfunzioni. Il servizio sociale professionale è focalizzato sulla soluzione dei problemi e sul cambiamento. Così, gli assistenti sociali sono agenti di cambiamento nella società e nelle vite degli individui, delle famiglie e delle comunità di cui sono al servizio. Il servizio sociale è un sistema interrelato di valori, teoria e di pratica».
Afferma Ugo (intervento nella mailing list ASit del 17 novembre 2011) che prima «si è" e poi "si va"». Sarebbe più adeguato asserire che prima si definiscono gli obiettivi del ruolo e poi ci si colloca in questo. Fare ciò consente di tenere ancorato lo sguardo sull'obiettivo generale che è possibile definire in virtù del testo riportato, come il navigante che guarda costantemente la bussola e tiene il timone nel governo della barca, anche nelle situazioni più turbolente. La barca scarta invirtù dell'onda e il nocchiero anticipa e corregge seguendo la linea di mezzo della bussola. E nel ruolo non ci si colloca una volta per tutte ma ogni santo giorno; essere assorbiti dal senso comune è un costante rischio per il professionista di ambiti disciplinari che non dispongono di linguaggi formalizzati, ma che usano il linguaggio ordinario (lo usa il professionista e lo usa l'utente) per cui la formazione continua serve a gestire proprio questa criticità. Nel testo si fa riferimento alle traiettorie biografiche delle persone, alla promozione delle competenze al fine che possano "autorealizzarsi", e di qui gli aspetti ripresi dal codice deontologico che indica come elementi assiologici l'unicità della persona, il diritto all'autodeterminazione, la singolarità della situazione data. Tali elementi sono posti deontologicamente in quanto sono contenuti nell'obiettivo generale e quindi devono essere realizzati attraverso strategie e l'implementazione di processi organizzativi che avvicinino i risultati quanto più possibile agli obiettivi.
Il testo infine sottolinea con la congiunzione "e" come si tratti di un sistema di «valori, di teoria e di pratica», tutti sullo stesso piano di importanza.
Ciò posto, offro le seguenti considerazioni:
1. è certo legittimo quanto enunciato nel testo di Ugo Albano a cui sé fatto sopra riferimento; è altresì fallace e risponde a un leitmotiv della professione, per cui è la "pratica" che può condurci all'obiettivo e non la teoria, per lo più giudicata inutile a propria di chi è lontano dall'impegno sul campo (non si dice nel senso comune: una cosa è la teoria, altro la pratica? Oppure: vale più la pratica della grammatica...).
Tale argomentazione è simmetrica nella differenza da quella di chi – come spesso è avvenuto in questi anni – ravvisa una sorta di crimen laesea maiestatis quando punti di vista esterni all'accademia, ma e quella non estranei, pongano prospettive conoscitive differenti dalla centralità dell'"esperienza" e comunque da quanto viene definito "tradizione" della professione. Chi dunque sarebbe legittimato alla parola?
Tale posizione dicotomica è fallace in quanto senza teoria si dà solo "pratica" e questa si fonda sul mero senso comune, ovvero sulle teorie personali del singolo professionista. La pratica, ovvero l'esperienza è meramente personale, genera replica e come ha insegnato Bateson, è non trasmissibile (non si può insegnare) e non trasferibile (non si può importare in contesti operativi differenti). La teoria fertile invece genera la prassi, che diventa condivisibile, trasmissibile e trasferibile in quanto fondata su competenze acquisite nella formazione e quindi comuni alla professione. La prassi è rendicontabile in quanto aderisce rigorosamente alla teoria e se si dà errore questo è altresì fertile in quanto indica o una caduta del rigore nell'applicazione metodologica, o una criticità nella stessa teoria che pertanto deve essere rivista. Nella prassi dunque si dà errore, nella pratica solo sbagli, generalmente attribuiti a carenze della persona (magari caratteriali). In tale prospettiva ha diritto di parola chiunque, mero accademico o professionista sul campo dichiari la teoria a cui si riconduce la filiera della conoscenza che ad essa si riconduce e vi aderisca con rigore. In caso diverso si avrà il conflitto tra due configurazioni di realtà generate dal senso comune e non dal senso scientifico;
2. il richiamo al costrutto della riflessività nella locuzione mutuata da Schon e Argyris del "professionista riflessivo". Ma su cosa il professionista riflette? Se sulla pratica, la riflessione sarà poco efficace, in quanto autoreferenziale e comunque inscritta nelle teorie personali che come rileva Sìcora sono responsabili «dell'applicazione di conoscenze personali implicite (sono i «modi di vedere» il mondo che guidano le azioni), difficili da esplicitare e che si manifestano attraverso l'azione professionale». Pertanto se sono difficili da esplicitare la riflessività sarà poco utile. Se invece si applichi alla "prassi" e quindi su come vengono generate strategie di intervento in virtù di teorie esplicitate e "terze" e quindi di oggetti osservativi definiti, allora sarà di grande aiuto non solo nel migliorare l'efficacia, ma anche nel ridurre l'errore (efficienza);
3. quale rapporto intercorre tra deontologia e modalità conoscitive, tra deontologia metodologia?
Il richiamo ad aspetti assiologici con cui si ritiene di poter gestire le criticità rilevate è ricorrente nella professione (nei documenti vi sono differenti enfasi) e viene posto come riferimento che si ritiene debole o comunque da corroborare. Si rileva qui una seconda fallacia: la deontologia senza metodologia (o differenti metodologie) che sia fondata scientificamente ci condanna alla irrilevanza e alla obsolescenza; d'alta parte una metodologia senza deontologia non permette di costituirsi come professione. Tutt'e due sono generate dall'obiettivo generale e quindi dall'assunzione di una modalità conoscitiva specifica (paradigma). Se ci muovessimo in un paradigma meccanicistico in cui i fenomeni si relazionano per rapporti di causa–effetto, allora la deontologia sarebbe inutile, se non per i meri aspetti prescrittivi. Invece ci muoviamo in paradigmi interazionisti, in cui l'intervento – lo si ripete spesso ma spesso non se ne traggono le conseguenze – è co–costruito e il legami sono di tipo retorico–discorsivo, ovvero in una dimensione consulenziale in cui il soggetto utente è pienamente attore e vengono cogenerati discorsi. Declinare una deontologia piena di auto determinazione e poi impiegare riferimenti conoscitivi predittivi o peggio che "definiscono" l'utente secondo modalità disposizionali (chi nasce tondo non muore quadrato) o peggio per etichette diagnostiche appare incoerente e causa, piuttosto che effetto delle criticità evidenziate;
un secondo aspetto che argomenterà quanto sia irrinunciabile l'attestarsi in una modalità teoretico–prasseologica, piuttosto che meramente deontologica possiamo trarlo da una sorta di studi di caso che offrirò alla considerazione del lettore.
Primo: si tratta di quanto avvenuto negli scorsi anni a Milano in ambito di salute mentale circa i diritti dei cittadini che avevano ricevuto una diagnosi psichiatrica: il Comune di Milano nell'Assessorato alla salute promosse un "tavolo sulla pericolosità sociale" delle persone con diagnosi psichiatrica e/ assuntori di sostanze tossiche psicoattive (vedi). Ciò produsse la richiesta agli psichiatri dei servizi di salute mentale di Milano (CPS) di redigere liste nominative di utenti che "loro ritenevano socialmente pericolosi". Cosa che avvenne almeno per tre liste. In tale occasione, che si configurava certamente come "lesiva dei diritti dei cittadini" assistiti sia per quanto previsto dalla legge sulla tutela nel trattamento dei dati personali, sia per considerazioni di merito, ovvero che l'eventuale giudizio espresso si sarebbe fondato su elementi personali e non scientifici (la pericolosità sociale, dizione abolita dalla legge 180, è costrutto giuridico e non scientificamente fondato) e avrebbe aggravato lo stigma avverso al quale il servizio sociale è chiamato a operare, non si è udita alcuna presa di posizione né di colleghi che lavorano nei CPS, né dell'Ordine, sia pure informato. Chi intese rispondere al richiamo deontologico (la deontologia non si ferma al limite del proprio operato: «La professione si fonda sul valore, sulla dignità e sulla unicità di tutte le persone, sul rispetto dei loro diritti universalmente riconosciuti e sull'affermazione delle qualità originarie delle persone: libertà, uguaglianza, socialità, solidarietà, partecipazione», «L'assistente sociale deve salvaguardare gli interessi ed i diritti degli utenti e dei clienti, in particolare di coloro che sono legalmente incapaci e deve adoperarsi per contrastare e segnalare situazioni di violenza o di sfruttamento nei confronti di minori, di adulti in situazioni di impedimento fisico e/o psicologico, anche quando le persone appaiono consenzienti») e civile dovette faticare non poco per trovare interlocutori che supportassero quanto necessario affinché tale funesto "tavolo" fosse disapparecchiato.
Secondo caso: alcuni cittadini in virtù di una diagnosi psichiatrica sono stati limitati nella loro libertà durante ricoveri in SPDC negli scorsi anni, in particolare attraverso l'immobilizzazione, ovvero l'essere legati a un letto, sono deceduti. In particolare si tratta di Filippo S. e Maria Graziella B., morti nei reparti Grossoni (SPDC) del Niguarda rispettivamente il 17 marzo 2009 e il 13 gennaio 2010. Antonio R. era deceduto "improvvisamente" il 17 settembre 2007. Altri quattro episodi di violenze legate alla contenzione fisica dei pazienti: nel giugno del 2005, "un marocchino Mohamed M. subì lo spallaccio, e si ritrovò con le braccia paralizzate", mentre una donna Rita F., nel marzo del 2006 "venne legata e subì piaghe da decubito e infezioni", un'altra paziente invece "all'inizio del 2010 rimase legata per 18 giorni e 6 ore" e Andrea S. "per 14 giorni". In virtù di tali eventi, noti certamente ai colleghi che operano nei CPS sia prima quando i fatti non erano noti all'opinione pubblica, sia dopo la pubblica denuncia (anche alla giurisdizione) fatta da vari soggetti, come associazioni di advocacy, di utenti e di familiari, e dal Forum salute mentale lombardo, la professione non ha marcato alcun intervento, né che sappia alcuna istruttoria informativa interna.
4. A cosa si deve tale apparente caduta della tensione deontologica? A una carente sensibilità disposizionale dei colleghi, tutti con molta "esperienza" e provate "capacità"? Alla scarsa conoscenza del codice, che – ricordo – ha una mera valenza prescrittiva?
Se nei due casi non sono stati visibili interventi di alcun tipo, ciò si deve a un deficit di competenze e quindi di strumenti che permettano di entrare nel merito di quanto, altrimenti in assenza di strumenti teorico–prasseologici – viene considerato di pertinenza del medico, dell'infermiere e comunque viene assunto come un "dato di fatto", una configurazione di realtà "naturale", tanto che si usa il termine "contenzione" per riferirne la pratica a un assetto tecnico–oggettivante, e che come sostiene Giovanna Del Giudice bisogna chiamare "legare le persone" perché collocato in definizioni di mero senso comune. Ricordo che su questo aspetto, a dimostrazione di come non si tratti di qualcosa di meramente tecnico e procedurale, esiste nel nostro paese un network "SPDC Porte aperte" (http://www.news-forumsalutementale.it/club-spdc-aperti-no-restraint/) che connette molte realtà operative tra cui Novara, Trento, Udine, Trieste, Merano, Genova, Mantova, Livorno, Grosseto Lucca, Arezzo, Roma E, Rieti, Aversa, Caltagirone che non legano gli utenti e sono open door.
Sono necessarie competenze per gestire tali criticità per esempio nel rapporto con i colleghi e nella matrice organizzativa, altrimenti si è carne da cannone. Si pone la domanda di come mai in ambito di salute mentale non sia praticato il consenso informato, laddove si impiegano farmaci che possono produrre gravi effetti collaterali? Se l'assistente sociale non è una figura ancillare adagiata nel mero modello medico, e vuole essere rilevante e quindi utile, non può delegare tutta una serie di criticità legate alla diagnosi psichiatrica acquisendo supinamente una sua "verità" sostanziale: se è vero che, come recita il codice deontologico, «L'assistente sociale intrattiene con i colleghi e con gli altri professionisti con i quali collabora rapporti improntati a correttezza, lealtà e spirito di collaborazione. L'assistente sociale si adopera per la soluzione di possibili contrasti nell'interesse dell'utente, del cliente e della comunità professionale» e che «L'assistente sociale che venga a conoscenza di fatti, condizioni o comportamenti di colleghi o di altri professionisti, che possano arrecare grave danno a utenti o clienti, ha l'obbligo di segnalare la situazione all'Ordine o Collegio professionale competente», non è possibile non interrogarsi sui fondamenti scientifici delle etichette diagnostiche generate in virtù del DSM IV e di come queste piuttosto che orientare la "cura" (ma si è in presenza di mere sindromi e non di malattie: di quale cura si parla?) generino carriere devianti quali quella del "malato mentale" e magari anche "pazzo–criminale" (siamo ancora Lombrosiani).
5. Evidentemente le competenze che permettano di fondare quanto viene detto e fatto su basi scientificamente e rendicontabili (prassi) – e quindi di contrastare quanto viene invece fatto sulla base del senso comune (pratica) in psichiatria, ma anche in altri contesti: si pensi alle persone anziane legate nelle RSA – devono essere rese disponibili, per cui la strategia corretta per rispondere alle criticità evidenziate nei testi non è specificamente la corroborazione degli aspetti deontologici, quanto quella degli aspetti teorico–prasseologici. E ciò può essere fatto solo con la formazione, ridefinendo alcuni aspetti di quella rivolta a chi intenda collocarsi nel ruolo (corsi universitari) e di chi opera sul campo e deve continuamente ricollocarsi nel ruolo (formazione continua).
6. Ecco allora le proposte:
a. condivido la prospettiva strategica del ricondurre la possibilità dell'esercizio della professione a un percorso quinquennale e ciò in considerazione di due elementi: il così detto 3+2 in altri paesi comparabili con l'Italia è organizzato conferendo al tre una forte preparazione di base e al due un orientamento professionalizzante. In tal senso sono stato – lo ammetto con rincrescimento – tra i fans della formula; ma nel nostro sistema universitario è avvenuto il contrario: il tre è diventato professionalizzante, per cui non si sa bene cosa farsene del due che viene letto spesso nei vari curricola dei cdl come una sorta di compensazione di una preparazione carente in termini di management e aspetti amministrativi;
b. come è noto, la laurea magistrale non è richiesta in nessun assetto normativo in ambito lavorativo, e serve ai fini di carriera solo per poter accedere ai corsi di dottorato, titolo che ha valore nel nostro paese solo se si intenda seguire la carriera universitaria, ovviamente facendo parte di cordate che tengono insieme merito e privilegio. Allora, con la laurea quadriennale sperimentale, si era andati avanti ed essa rendeva la professione paritetica a tutte quelle del vecchio ordinamento, per poi essere retrocessi: anche l'accesso alla dirigenza ancora una volta con il 3+2 rende ogni sforzo inane, in quanto il + 2 è un optional: si resta nel "comparto". Ciò andrà fatto con tutti i provvedimenti del caso; del resto quando si formò l'ordine degli psicologi e l'albo degli psicoterapeuti la situazione di tanta parte dei candidati fu sanata tramite disposizioni transitorie che videro i più vari e bizzarri curricola ricevere l'ammissione e essere sanciti "psicoterapeuti";
7. un secondo aspetto riguarda i tirocini svolti in corso di studi: una decisa virata in favore delle competenze richiede lo spostamento post lauream, come avviene per molte professioni. Ciò non escluderebbe forme di frequenza di servizi, diciamo visite guidate, durante il cdl; lo spostamento della realizzazione dello stage dopo il conseguimento della laurea risponde a due aspetti: alla criticità del poter effettivamente affidare al laureato/a casi di intervento, cosa che oggi è precluso per legge, nonostante le sollecitazioni da parte dei vari cdl a promuovere una autonomia guidata del tirocinante; questi può solo collaborare, non cooperare.
Il secondo aspetto riguarda la forte asimmetricità tra tirocinante (che come tale è si definisce in quanto non "ha la pratica" a fronte del suo tutor esterno che magari vanta trent'anni di professione) e tutor; se ciò che vale è la pratica e non le competenze, come anni fa asseriva Gianantonio Gilli, si apprendono tutti gli errori degli altri, ovvero la replica. Se si mettono in gioco competenze, allora si costituisce veramente un contesto di mutuo apprendimento (per parafrasare una locuzione tanto di moda, da una «comunità di pratiche» a una "comunità di prassi". Spostare lo stage post lauream permetterebbe di fare interagire un professionista accreditato e un laureato con competenze certificate su un piano di maggiore parità, così da consentire uno scambio tra professione "reale" e nuove conoscenze e competenze che possono essere trasmesse. In tal guisa esisteranno due professionisti, posizionati diversamente, ma pienamente responsabili. Ciò permetterebbe anche che lo stagista possa operare – in supervisione – autonomamente e non solo collaborare;
8. infine, se quanto scritto è fondato, le competenze in quanto fondate scientificamente devono essere supportate dalla ricerca orientata a generare teoria che sia efficace, come direbbe Popper, «alla risoluzione dei problemi». Spesso gli studenti, ma anche colleghi attenti esprimono giudizi circa la irrilevanza di una quantità di teorie apprese nei percorsi universitari e che si rivelano pressoché inutili. È una domanda che si sta ponendo il mondo delle scienze sociali e in particolare la sociologia (vedi) tanto che nel documento di cui al link vengono poste le seguenti domande: «Lo statuto teorico/epistemologico delle scienze sociali: abbiamo teorie e/o modelli capaci di leggere la realtà sociale; siamo in grado di riconoscere le principali correnti del cambiamento e le forze sociali che le muovono; siamo in grado di formulare previsioni attendibili di medio (lungo?) periodo intorno ai loro sbocchi possibili? Lo statuto empirico delle scienze sociali: abbiamo metodi e tecniche di ricerca in grado di raccogliere dati rilevanti e significativi, che sappiano descrivere la realtà nel suo divenire? Lo statuto critico delle scienze sociali: sappiamo farci carico dell'onere di un sapere critico, che provi anche a indirizzare il cambiamento o ci accontentiamo, qualora si riuscisse pur sempre a produrlo, di un sapere descrittivo?». Pertanto nessuno può esimersi dal compito, che ci si collochi nell'accademia o sul campo dell'attività professionale. Con l'unica certezza: se non è data teoria non si darà neanche prassi e quindi statuto condivisibile, rilevante ed efficace della professione. E quindi non si sarà in grado di rispondere alle sfide della temperie.
Concludo, ringraziando per la disponibilità chi è giunto a leggere queste righe, e scrivendo che "dove vada la professione" è certo questione attraversata da molti discorsi e da molte criticità.
Parlando con colleghi psicologi che si occupano di formazione, questi ne evidenziano di simili, riferibili alla necessità di compiere uno scarto conoscitivo, lasciandoci il '900 (ma forse anche l'800) alle spalle, nella generazione di nuovi discorsi capaci di generare quanto oggi non è ancora dato.
Ma non è questa la scienza?
Tuttavia concordo con Ugo Albano il cui testo mi ricorda un detto hassidim:
se non io per me, chi per me?
Luigi Colaianni
Responsabile interventi sociali Dipartimento Salute Mentale Fondazione Policlinico – Milano; docente a contratto di materie sociologiche presso il cdl in servizio sociale UNIPD; formatore accreditato presso il CNOAS
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