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Mercoledì, 04 Novembre 2020 00:26

Raccontare il servizio sociale con una metafora sportiva: il football sociale

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Raccontare il servizio sociale con una metafora sportiva: il football sociale
di Lodovico Giusti

Può il Servizio Sociale essere narrato attraverso il football americano, uno sport lontano dalla nostra cultura e che nulla ha in comune con la nostra professione?football Quella che può sembrare una metafora fuori luogo o quantomeno ardita presenta l’unione degli aspetti caratterizzanti della professione con gli elementi strutturali dello sport (o almeno ci prova). All’interno di questa associazione ho integrato i saperi tecnico-scientifici con le mie conoscenze personali creando così un sistema unico che mi aiuta a leggere in maniera differente le situazioni complesse che mi trovo ad affrontare nella pratica.

Premessa
Era una domenica di Gennaio 2013 quando per la prima volta assistetti in televisione ad una partita di Football Americano. Erano in corso i playoff della National Football League1, il torneo ad eliminazione diretta che culmina col celeberrimo Super Bowl, la finale che decreta la migliore squadra dell’anno. Rimasi immediatamente colpito dal gioco ed affascinato dai San Francisco 49ers, anche per merito del Quarterback Colin Kaepernick (probabilmente lo avrete sentito nominare per essere uno dei principali volti della recente protesta afroamericana contro la violenza delle forze dell’ordine statunitensi). Questo fascino nei successivi anni si è trasformata sempre più in una vera e propria passione superando anche quella per il calcio. Di questo sport mi piace la sua spettacolarità ed imprevedibilità, il connubio tra atletismo, mentalità e strategia e la sua spiccata fisicità. Contestualmente a questa passione, ho capito attraverso alcune esperienze di volontariato che mi sarebbe piaciuto diventare un assistente sociale. Ho intrapreso quindi il percorso universitario triennale in Servizio Sociale a Venezia e poi quello specialistico a Verona. Proprio in quest’ultima esperienza, pensando al possibile contenuto della tesi, mi è venuta l’idea di accostare questi due mondi. Accostare il “servizio sociale” al “football americano” può risultare strano perché intuitivamente verrebbe da pensare che non abbiano nulla in comune. Dopotutto il football è uno sport poco conosciuto e seguito in Italia data la sua lontananza culturale. Si tratta di uno dei più importanti sport statunitensi che spesso viene erroneamente confuso con il rugby, forse per l’utilizzo in entrambi di una palla ovale e per l’alta fisicità che li contraddistingue. Le due discipline possono essere considerate come “cugine” ma presentano differenze talmente significative da renderle molto distanti tra loro. Senza addentrarsi ulteriormente nel confronto tra questi sport, il lettore deve sapere che una partita di football vede due squadre affrontarsi in un campo da gioco rettangolare (91,44 x 48,77 iarde) per 4 periodi da 15 minuti ciascuno. La partita viene vinta dalla squadra che segna il maggior numero di punti e ciò è possibile principalmente attraverso le mete (conosciute anche come “touchdown” che valgono 6 punti) e i calci attraverso i “pali” (“field goal” da 3 punti o “extra point” da 1 punto dopo una meta). Ogni squadra presenta una rosa massima di 53 giocatori che compongono 3 tipologie di formazione: offensiva, difensiva e “reparto speciale”. Durante le azioni di gioco ogni squadra impiega 11 giocatori che possono essere sostituiti illimitatamente al termine di ogni “tentativo”. I tentativi, conosciuti anche come “down”, servono alle formazioni offensive per avanzare mantenendo il possesso dell’ovale ed aumentare così le possibilità di avvicinarsi alla zona di meta e segnare dei punti. I tentativi per singola azione sono 4 e si rinnovano ogni qualvolta si raggiunge la linea di “primo down” ovvero una linea immaginaria posta a 10 iarde (9,144 metri) di distanza dal punto in cui il gioco offensivo inizia/riprende. Nel caso la formazione offensiva non raggiungesse la linea del “primo down” entro i 4 tentativi, vi sarebbe la perdita del possesso dell’ovale in favore degli avversari.   
Questa sintetica descrizione del football americano non spiega ancora l’accostamento tra lo sport e il servizio sociale. Quella che può sembrare un’unione improbabile diventa possibile grazie all’utilizzo di una metafora in cui ad ogni giocatore di football viene associato un elemento importante del servizio sociale. La concezione di “metafora” qui utilizzata richiama quella descritta da Donata Fabbri (1990)2: l’autrice la considera come una “sfida” ovvero la capacità del professionista di affrontare, osservare e raccontare la complessità del proprio lavoro utilizzando un linguaggio differente da quello “classico”. Il fine di questo cambio linguistico è quello di cambiare prospettiva e rimodellare il proprio sapere teorico-pratico in modo creativo. Si tratta di unire le conoscenze professionali con quelle personali (“saperi indigeni”) per affrontare la complessità con una prospettiva che può mettere in risalto gli elementi trascurati o non considerati dei processi d’aiuto.

I protagonisti dell’azione offensiva: la “Formazione dell’Assistente Sociale”
L’assegnazione dei ruoli agli elementi principali del servizio sociale ha permesso di completare le due formazioni principali del football americano ovvero quella “offensiva” e quella “difensiva”. Come può essere intuibile, la prima ha la funzione di segnare punti (attraverso mete e calci) mentre la seconda ha il compito di fermare l’avanzata degli avversari e rientrare in possesso dell’ovale. Nella metafora la formazione offensiva prende il nome di “Formazione dell’assistente sociale” perché contiene quegli elementi del servizio sociale e quelle persone che concorrono alla risoluzione delle casistiche. L’idea di fondo è che l’insieme dei diversi elementi non rimane fermo a subire la problematica/il bisogno ma si attiva per affrontarla, contrastarla e trovare una soluzione soddisfacente insieme alla persona, richiamando così l’azione offensiva del football. L’attribuzione del nome della squadra al professionista non è in alcun modo legato a motivi autoreferenziali. Nell’attuale letteratura di servizio sociale si individua nella “persona” il protagonista della relazione d’aiuto, pertanto si dovrebbe parlare di “Formazione della persona”. A rafforzare questo aspetto viene poi la concezione che debba essere la persona stessa a “segnare la metà” ovvero essere in grado di concludere il processo d’aiuto con le risorse e conoscenze acquisite e/o potenziate (richiamo ai principi di autonomia e autodeterminazione). Per quanto concordi con i principi del servizio sociale, il ragionamento fatto prende in considerazione le caratteristiche dei ruoli del football americano: i giocatori più conosciuti sono il Quarterback e il “Corridore” (“Running Back o Full Back”) che sono i promotori delle azioni d’attacco. Il primo ha come principale compito quello di passare la palla ai propri compagni (specialmente “Ricevitori” e “Corridori”) ma ne svolge molti altri quali coordinare i propri compagni e chiamare gli schemi. Ciò significa che il Quarterback deve conoscere il libro degli schemi (il “Playbook”), le caratteristiche dei propri compagni, le diverse disposizioni dei giocatori in campo e altro ancora. Il “Corridore”, come suggerisce il nome, ha invece il principale compito di guadagnare terreno correndo in possesso dell’ovale. Ragionando in termini di servizio sociale, l’Assistente Sociale rispetto alla Persona ha una visione d’insieme più ampia, ha accesso e gestisce maggiori elementi (conoscenze e soggetti) che possono contribuire alla risoluzione della problematica e che possono essere modificati nel corso della presa in carico. Il passaggio può essere visto come la costruzione delle relazioni che vanno a formare o a rimpolpare la rete della persona, la conoscenza degli schemi rimanda a quella dei modelli operativi che servono a indirizzare il processo d’aiuto mentre la conoscenza delle caratteristiche dei compagni (elementi e soggetti) permette di chiamarli in causa o di utilizzarli in base alle diverse fasi dell’intervento. Con questo non si vuol affermare che la Persona sia sprovvista di queste capacità ma che abbia un accesso limitato e/o non sufficientemente efficace per la risoluzione della propria situazione. Alla Persona è stato quindi assegnato il ruolo di “Corridore” perché ha bisogno dei diversi elementi integrati per avanzare nel processo d’aiuto. Infatti, nel football americano anche i migliori “Running Back” o “Full Back” hanno bisogno dei placcaggi dei compagni per poter correre proficuamente. Concludendo il ragionamento, ho deciso di inserire l’assistente sociale nel nome della formazione perché vi è una maggiore affinità tra le sue funzioni con quelle del Quarterback che è il giocatore in assoluto più rappresentativo di questo sport.
Nella formazione offensiva vi è poi l’importante apporto degli elementi della “Linea Offensiva”, l’insieme di 5 giocatori posizionati davanti al Quarterback e al Corridore (2 Placcatori, 2 Guardie e 1 Centro) che hanno i compiti di proteggerli dagli assalti dei difensori avversari e di creare con i placcaggi gli spazi per attuare gli schemi offensivi. Analogamente la “Formazione dell’assistente sociale” presenta 5 elementi che hanno il compito sia di proteggere la persona e il professionista che di indirizzare il processo d’aiuto: Codice Deontologico, Normativa, Metodologia, Ricerca e Organizzazione. Vi sono poi i tre Ricevitori ovvero quei giocatori che hanno il compito di ricevere i passaggi del Quarterback. Come già scritto, il passaggio richiama il collegamento che si instaura tra due persone/elementi e di conseguenza l’ho ricollegata alla concezione di “rete relazionale”. Pertanto ho deciso di assegnare tale ruolo alla “Rete Primaria” della persona, alle Altre Organizzazioni (sociali e non) presenti all’interno del proprio territorio e agli Altri Professionisti coinvolti (non necessariamente legati ad un’organizzazione) nella presa in carico. Infine, l’ultimo giocatore che compone la formazione è il “Tight End” che, grazie alla proprie caratteristiche fisiche, può essere sia un elemento aggiuntivo della Linea Offensiva che un Ricevitore. Si tratta di un giocatore “ibrido” a cui è stato assegnato i “Saperi” ovvero l’insieme dei “saperi indigeni” (appartenenti sia alla persona che al professionista) e dei “saperi provenienti dalle altri professioni” dell’assistente sociale. Sono conoscenze che possono essere trascurate in quanto personali-informali oppure appartenenti ad altri ambiti lavorativi-professionali (psicologia, diritto, sociologia, medicina etc etc) che però possono avere un ruolo fondamentale nella “risoluzione” delle casistiche complesse.

Gli avversari: la “Formazione del Problema” gioca in difesa
A questo punto viene da chiedersi quali siano le caratteristiche della formazione difensiva e gli elementi che la compongono. Si tratta di un reparto sostanzialmente speculare alla formazione d’attacco perché è composta dagli opposti degli elementi precedentemente descritti. A capo di questa formazione vi è il “Problema”, una definizione simbolica che in realtà racchiude un concetto più ampio. Da un punto di vista teorico-terminologico sarebbe più appropriato parlare di “Bisogno” inteso come “mancanza, carenza di un oggetto o di un bene” che causa una condizione di disagio che comunemente chiamiamo “Problema”. La decisione di scegliere la seconda definizione è dovuta dalla tipologia di metafora che ho utilizzato: stiamo parlando di uno sport di squadra tra i più competitivi e fisici esistenti perciò il concetto di “Problema” corrisponde maggiormente a quello di “avversario”. Il “Problema” è la ragione per cui la persona si rivolge al servizio/al professionista e ciò può avvenire per diversi motivi, presentarsi secondo diversi aspetti e modificarsi durante il processo d’aiuto: problema singolo, multi-problematicità, problema complesso ecc ecc. Le diverse caratteristiche possedute hanno permesso di assegnargli due ruoli diversi a seconda della fase dell’intervento: “Placcatore Avanzato” (“Nose Tackle”), il difensore centrale della Linea Difensiva, o “Linebacker Centrale” (“Middle Linebacker”), il difensore che si trova in posizione centrale dietro alla Linea Difensiva. Sono entrambi ruoli di responsabilità e leadership e si può tranquillamente definirli come i Quarterback della difesa. Il “Problema” ricopre il ruolo di Linebacker (figura 1) quando l’intervento d’aiuto si trova nelle fasi iniziali o centrali mentre quello di Placcatore quando si è in prossimità del raggiungimento degli obiettivi condivisi. L’aspetto interessante è che maggiormente ci si avvicina alla “zona di meta” e maggiore è la probabilità di assistere al confronto diretto tra persona e problema. Come precedentemente scritto, è preferibile che sia la persona a concludere l’intervento (e metaforicamente “sconfiggere” il problema) richiamando così i principi di autonomia, autodeterminazione e dignità.
Gli altri componenti della “Formazione del problema” si possono dividere in tre categorie: Linea Difensiva, “Linebacker” e “Pass Protectors”. I giocatori della Linea Difensiva hanno il compito principale di eludere i blocchi della Linea Offensiva e placcare il Quarterback o il Corridore facendo così perdere terreno o il possesso dell’ovale agli avversari. Secondo la logica degli accoppiamenti speculari (i “match ups”), gli elementi del servizio sociale che compongono la linea sono: Conflitto tra mandati, Problemi normativi, Problemi Metodologici e Limiti organizzativi. I “Linebacker” sono i difensori che si trovano dietro la Linea Difensiva e hanno il principale compito di placcare gli avversari. In realtà anche loro possono provare a superare la Linea Offensiva e placcare il Quarterback o il Corridore. In questa formazione ve ne sono 3, uno centrale (il Problema) e due esterni (“Outside Linebackers”) che sono l’“Infrazione del Codice Deontologico” e il “Mancato utilizzo dei saperi indigeni/Uso improprio dei saperi delle altre professioni” (semplificato nella figura 1 come “Assenza di saperi”). Infine vi sono i 4 “Pass protector” che hanno il compito di proteggere la zona di meta dai passaggi offensivi marcando i Ricevitori (due “Cornerbacks”, posti nelle zone laterali del campo, e due “Safeties”, posizionati centralmente in profondità): Assenza di rete primaria/Rete primaria disgregata, Problemi nella collaborazione con gli altri professionisti, Assenza di ricerca e Problemi nella progettazione interistituzionale.

football

Figura 1 La formazione offensiva dell’assistente sociale(sotto) e quella difensiva del problema (sopra)

Lo “stadio”: il contesto in cui si svolge l’intervento d’aiuto
Ora che le due formazioni sono state presentate, bisogna interrogarsi sul luogo dove si svolge l’incontro. Le partite di football americano solitamente vengono disputate negli stadi. Questi possono essere di diverse tipologie ma in ogni caso presentano un terreno di gioco dove le squadre si affrontano e delle tribune popolate da spettatori. Nella metafora anche la presa in carico si svolge all’interno di uno “stadio” che viene concepito come il territorio di appartenenza della persona e di competenza dell’organizzazione in cui l’assistente sociale opera. Infatti, non bisogna commettere l’errore di considerare lo stadio come l’organizzazione fisica in cui opera perché altrimenti si introdurrebbe il concetto distorto di “assistente sociale burocrate”. Come precedentemente accennato, l’organizzazione è un elemento importante che ci aiuta nell’espletazione della nostra funzione ma non deve essere concepito come un ambiente chiuso in cui il professionista si limita ad operare. L’assistente sociale agisce nel territorio, conosce le sue caratteristiche, le realtà e le risorse presenti proprio come il Quarterback conosce le caratteristiche dello stadio, la disposizione dei diversi giocatori nel campo, le possibili zone scoperte e coperte dai difensori ecc ecc. In entrambi i casi vi sono due elementi che caratterizzano il campo: imprevedibilità ed incertezza. Sia nel football americano che nel servizio sociale le azioni si svolgono in un contesto connotato d’innumerevoli variabili che possono essere imprevedibili e volubili nel corso del tempo. Un’azione di football americano può interrompersi improvvisamente dopo un buon sviluppo a seguito di una giocata sbagliata che inizialmente sembrava essere opportuna/efficace. Allo stesso modo nel servizio sociale un processo d’aiuto può essere interrotto da un evento non previsto o da una scelta/azione che inizialmente sembrava la più appropriata e che successivamente non si è rivelata tale. Proprio a causa di questi due elementi, l’assistente sociale deve conoscere e “saper leggere” il territorio perché gli permette una più rapida co-modifica dei processi d’aiuto che si bloccano. La preparazione non solo permette di avere un impatto migliore sul singolo caso ma pure sulla percezione che la comunità ha del servizio sociale. Infatti, gli effetti del lavoro dell’assistente sociale si estendono alla comunità (Titolo V del Codice Deontologico) che, più o meno direttamente, “assiste” ai nostri interventi come se fossero degli spettatori ad una partita di football. Il pubblico è rilevante perché trasmette continue informazioni sulla considerazione del ruolo, degli interventi e della programmazione degli assistenti sociali in riferimento ai bisogni sociali del territorio. A volte possono essere contrari, altre ancora favorevoli, proprio come dei tifosi allo stadio. Si tratta di un elemento che va considerato e valutato a seconda delle circostanze socio-culturali che si profilano nel corso del tempo.

Rappresentazioni e metafore
Quanto qui presentato è solo una delle possibili metafore che ci permettono di raccontare il servizio sociale e l’assistente sociale. Le rappresentazioni che solitamente vengono attribuite alla professione sono di tipo “esterno” ovvero provengono dai diversi media (cartacei e digitali) e da tutte quelle persone che non operano nei servizi. Si trattano di descrizioni solitamente stereotipate e superficiali sia in senso positivo (“eroe”, “benefattrice”, “medico del sociale”) che in negativo (“ladri di bambini”, “controllori”, “burocrati freddi e distratti”, “maestrina”) e che poco si conciliano con la metodologia e i principi su cui si basa la professione. Vi sono poi alcune rappresentazioni “interne”, derivanti dagli assistenti sociali, che per lo più si limitano a descrivere da un punto di vista teorico la figura professionale, i principi e le sue macroscopiche competenze (“professionista dell’aiuto”, “professionista delle relazioni”, “guida/mediatore relazionale”). L’esiguità delle rappresentazioni “interne” deriva anche dalla complessità del “mondo” servizio sociale perché si tratta di una professione declinata diversamente in base alla cultura, alla regione e all’organizzazione in cui l’assistente sociale lavora. Riuscire a trovare delle definizioni/rappresentazioni soddisfacenti per tutta la comunità professionale è sempre stata una sfida perché queste si prestano a critiche e perplessità. Inoltre, la difficoltà nel rappresentare la professione porta inevitabilmente a definizioni sommarie ed omissive di alcuni aspetti importanti del lavoro sociale che rimangono all’oscuro dei media e delle persone aumentando così le rappresentazioni “esterne” riduttive e stereotipate. Ad ogni modo l’utilizzo di questa metafora ha uno scopo diverso da quello di definire il servizio sociale. Come precedentemente scritto, l’obiettivo è quello di rappresentare/raccontare gli aspetti “operativo-funzionali” della professione con un tocco personale. Questo processo dovrebbe poi facilitare il professionista nella lettura e nell’interrogazione della propria pratica. In questo articolo ho paragonato l’assistente sociale al Quarterback, una rappresentazione che apparentemente sembra lontana dalle logiche classiche della nostra professione. Il football americano viene facilmente considerato come uno sport maschile, molto fisico e straniero che poco si concilia con il mondo prevalentemente femminile del servizio sociale italiano. Se si considera poi la storia della figura della donna in Italia sia a livello familiare (“ruolo di mantenere e consolidare i rapporti tra parenti”) che a livello lavorativo (“settorializzazione del mercato del lavoro” in cui ricade l’assistente sociale, spesso rappresentato come una “tessitrice delle relazioni”, un chiaro rimando alle donne che lavoravano nelle filande già a fine del 1800), questa rappresentazione risulta essere sempre più improbabile. Si tratta però di una concezione errata perché le metafore non si basano sull’aspetto di genere ma sulla funzionalità e sulle competenze che il professionista dispone e applica nella pratica. In questo caso bisogna considerare l’“Assistente Sociale-Quarterback” come un’entità “unisex” in cui ciascun professionista, uomo o donna, può immedesimarsi una volta compreso il sistema, le sue dinamiche e i diversi elementi che lo compongono.
In conclusione, la “sfida” che questo articolo amichevolmente lancia ai professionisti è quello di sviluppare una metafora che permetta di raccontare la propria pratica sotto tutti i punti di vista. Ricordo ai colleghi l’assoluta importanza della connessione tra le rappresentazioni personali con la metodologia e i principi della professione. Quello che si costruisce è un sistema teorico-figurato, “tecnico-tattico” in cui gli assistenti sociali si sentono sia “protagonisti” che “commentatori”. Ciò significa sentirsi coinvolti nei sistemi figurati costruiti ed essere capaci di spiegare i loro diversi aspetti (conoscenza dei diversi elementi, le loro caratteristiche e funzioni; interrogazione delle casistiche: “Perché si è verificata questa situazione?”, “Quali elementi sono stati coinvolti?”, “Quali elementi si sono modificati nel tempo? Per quale motivo?” ecc ecc).


 

L'autore
Lodovico Giusti
-LodovicoGiusti Sono un giovane assistente sociale (1995) che ha conseguito la laurea triennale in “Scienze della Società e del Servizio Sociale” all’Università “Ca’ Foscari” di Venezia (2017) e la laurea magistrale in “Servizio Sociale in ambiti complessi” all’Università degli Studi di Verona (2019). Sono iscritto nell’Albo A (nr 633) dell’Ordine Assistenti Sociali Friuli Venezia Giulia. Attualmente sto lavorando presso il Servizio Sociale dei Comuni Livenza Cansiglio Cavallo (Friuli-Venezia Giulia) occupandomi di persone adulte sole e di nuclei familiari i cui componenti sono tutti maggiorenni. Oltre agli sport, altre grandi passioni sono la lettura (legal-thriller, autobiografie sportive e fantascienza) e ascoltare musica rap USA.

 


Note
1 National Football League: è la principale lega di football americano al mondo. È stata fondata nel 1920 e oggi è composta da 32 squadre (“franchigie”) che annualmente si sfidano per determinare la migliore squadra degli USA.
2 D. Fabbri, “La memoria della regina: pensiero, complessità, formazione”, Guerini e Associati, 1990

 

Letto 2130 volte Ultima modifica il Martedì, 01 Marzo 2022 19:21

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