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Martedì, 03 Agosto 2021 21:21

Storie di atleti olimpici, esseri umani come noi

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Tokyo - prima parte
di Federico Basigli

Vado davanti al supermercato e trovo nei pressi dell'entrata tre signore sui 50 anni a discutere di barconi da rimandare al mittente, possibilmente traforati dal bronzo di qualche munizione.

Mentre faccio la fila alla cassa penso:

  1. che si possa essere meglio di così, ma non è semplice dirlo loro direttamente,
  2. che in Italia ci sia bisogno forte di cultura, 
  3. che se il sociale, se la nostra professione, non investe su questo è colpevole.

E che il sociale è ovunque, se lo vuoi vedere. Anche in prima serata, anche sulle prima pagine. Siamo noi, spesso, che non evidenziamo ciò che è nostro perché, proprio noi che lavoriamo guardando la persona a 360 gradi, spesso siamo portati a pensare alla nostra professione, ai nostri argomenti, solo nel chiuso di un ufficio. Quando invece sono trasmessi in mondovisione, in ogni media, in ogni social.

Mi piace lo sport, e seguo, per quello che posso, le Olimpiadi.
Che parlano un linguaggio nostro, a tratti totalmente nostro.
Questi sono solo alcuni esempi.

Progettare insieme
Vedo in diretta alle 3 di notte l'argento di Gregorio Paltrinieri e lo sento parlare del suo processo di ricostruzione dopo la mononucleosi, malattia che avrebbe dovuto impedirgli di partecipare ai Giochi di Tokyo. La capacità di progettare insieme, col suo staff, un piano B.
Allenamenti su allenamenti, contro il tempo e contro la logica, per tornare ciò che era, ciò che voleva essere. E scoprire di esserci riusciti proprio all'ultimo tuffo, ed iniziare a ricalibrare la rotta per i prossimi impegni in attesa di un appuntamento già scritto, l'Olimpiade di Parigi del 2024.

Resilienza
Ed a proposito di ricostruzione e di resilienza: Tamberi.
Nella giornata più assurdamente felice dell'atletica italiana Tamberi fa pace col destino. Dall'infortunio che lo aveva privato delle Olimpiadi di Rio nel 2016 al trionfo di Tokyo. Gli anni degli sportivi passano diversamente da quelli delle persone normali, quelli di chi fa atletica, scherma, tiri e tanto altro si contano uno ogni 4. Cinque, se capita pure il Covid.
Ma se hai saputo ricostruirti quando eri ad un salto dalla felicità, niente è impossibile. Ed il fatto che sia un oro condiviso assieme a chi (Barshim) ha vissuto con te serate, gioie e medesimi infortuni, ci ricorda che nello sport quasi sempre vince solo uno (individuale o di squadra), ma che vincere insieme non è un vincere a metà.

L’eccezionale unicità
Vedo Marcell Jacobs e penso che in un uomo la testa e l’ambiente sono tutto, anche se la tua professione è quella di essere veloce. Ma per essere veloce servono tempi fulminei sì, ma anche tempi lunghi e meditati, serve elaborare pensieri e vissuti. Lo sento parlare Jacobs, l'oro dei 100 metri, che ha una storia personale "particolare e normale", con un rapporto col padre recuperato solo negli ultimi anni che ha coinciso con il cambio di passo a livello sportivo. Quella assenza vissuta con rabbia e prima ancora vergogna verso gli altri che avevano un papà, e non si sapeva cosa scrivere sul tema delle medie.
Quanto la propria storia, il proprio vissuto condiziona la nostra vita.
Quanto i temi sociali, quelli più “normali” sono dentro i nostri risultati e le dinamiche.

La diversità (posto che ci sia una normalità)
Vedo Alice Ballandi e Lucilla Boari salutare le loro compagne, e penso alle battaglie del Consiglio nazionale in cui lavoro per i diritti delle persone. Paola Egonu, che dopo una vittoria aveva salutato in mondovisione la sua compagna un paio di anni fa, rivendica il diritto di amare chi vuole (“una donna, di un uomo e di un cane”, cantava Zucchero già nel 1985). Per chi non la voleva vedere a Tokyo con la bandiera olimpica in mano era un problema di sessualità, per lei di libertà. Per la pallavolo, semplicemente, è una delle migliori al mondo, e quindi che sia stata designata come una delle portabandiere olimpiche è logico, ma fare muro all'ignoranza, sportiva e non, non è cosa semplice.

I diritti, fuori casa
Ma la vita non è solo Olimpiade.
C’è anche la Formula Uno (abbiate un pensiero di compassione per la mia compagna).
Vedo Vettel si presenta in Ungheria da Orban, con maglietta, mascherina e casco colore arcobaleno e la scritta “Same love”. Come presentarsi con carne d’agnello a casa di qualche vegetariano. Per un caso del destino Bottas poi investe mezza griglia di partenza e Vettel si issa fino al secondo posto. Ieri sera poi il pilota tedesco viene squalificato per un problema tecnico riscontrato a fine corsa sulla sua auto, ma la Aston Martin fa immediatamente appello. Chi vivrà, vedrà. Nel frattempo, comunque, in attesa del responso definitivo, Vettel la sua gara l’ha già vinta.

La salute mentale
Vedo Simone Biles e Naomi Osaka che parlano di salute mentale. Non ne parlano, chiaramente, nei termini e nelle situazioni che ci troviamo ogni giorno ad affrontare, ma quali migliori testimonial possiamo pretendere per portare alla luce situazioni che investono come treni in corsa persone famose e formate, figurati gli effetti che provocano nelle persone fragili che giornalmente frequentano i nostri uffici. La salute mentale di Biles ed Osaka è tema sdoganato, quasi “cool”, e le due sportive ne parlano da una posizione privilegiata, perché sono persone che “ce l’hanno fatta”, qualunque cosa voglia dire questo termine (in questo caso, sono state più volti le migliori al mondo nella loro disciplina).
Sono state l’uno su mille, o su un milione, che ce l’ha fatta, ma il tema della salute mentale riguarda solo in Italia MILIONI di persone, e se una persona che ha visibilità lo porta alla luce il messaggio vero è che ci sono tanti altri che non riescono a farlo, che non hanno la forza per farlo, che sono etichettati come scarti.
E però serve ricordarsi e ricordare che tra quel milione di persone ci sono i nostri genitori, i nostri figli, i nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri amori che non sono mai stati campioni ma che hanno quegli stessi (e spesso peggiori) problemi e che hanno bisogno di un aiuto professionale idoneo, che hanno bisogno di un welfare che capisca le loro esigenze e li supporti.
    
Rifugiati (scappando dalla guerra)
Vedo Yusra Mardini. Ha 23 anni e nuota. È Siriana, ma vive in Germania. Fa parte della Squadra Olimpica dei Rifugiati.
Yusra decide di fuggire dalla guerra civile siriana nel 2015, dopo che una bomba squarcia il tetto della piscina in cui si stava allenando. L’ordigno per fortuna non esplode, ma è la spinta decisiva, per Yusra, a cercare una vita migliore, seppur lontana dalla sua terra, da Damasco. Cammina per un mese e raggiunge prima il Libano e poi la Turchia, Smirne, che a leggerlo forse non vi farà effetto, perché a volte diamo poco peso alle parole, ma camminate voi per mille chilometri in un mese con solo sogni sulle spalle, voi che come me per fare 200 metri prendete la macchina, che sennò è fatica.

Ma manca un ultimo passaggio, il mare che separa Smirne dalla Grecia.

Il primo tentativo fallisce e la Guardia costiera li riporta al via, come fossero biglie di un cruento gioco da spiaggia. Il secondo viaggio è ancora peggio: è notte, c’è tempesta ed il motore della barca si inceppa. Lei e la sorella Sarah, assieme a 2 compagni di viaggio, si gettano in mare per tentare di scortare il gommone con 20 persone fino alla terraferma. E ci riesce. Nuota per tre ore e passa. Arriva congelata, esausta, ma arriva. Poi la rotta balcanica, altre centinaia di chilometri a piedi e l’arrivo in Germania, dove ottiene lo status di rifugiata.

La guerra civile, in Siria, è tuttora in corso.

Esco dal supermercato, le tre signore sono sempre lì a parlare davanti alla Mercedes classe A di una delle tre, ora dei ragazzi che “non sono bravi come eravamo noi”. Dillo a Yusra, penso tra me e me.
Frankie HI-NRG cantava venticinque anni fa “Quelli che benpensano”, che aveva un loop ipnotico
“Sono intorno a me,
ma non parlano con me,
sono come me,
ma si sentono meglio”.

La lotta contro gli stereotipi, la necessità di dare voce a chi non ne ha, perché “gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”, “quelli che vivono col timore di poter sembrare poveri”, perché ragionano guardando agli status symbol, non ad una comunità che stia bene.
"Io sono perché sembro ricco" (almeno apparentemente) contro "io sono perché noi siamo".

Mi avvicino a loro, ma mi accorgo di essere un 44enne in canotta numero 3 dei Philadelphia 76sixers, e che poco potrei fare se non passare per un amico anziano di qualche ragazzo non bravo.
Perciò scrivo, in attesa delle prossime storie che l’Olimpiade saprà regalare, storie che fanno riflettere, se si ha testa e motivazione per farlo. Scrivo perché forse prendersi del tempo per leggere queste storie, comprendere queste storie, può dare una chiave di lettura per aiutare a capire meglio il mondo intorno.
Grazie Tokyo.

 

Letto 2577 volte Ultima modifica il Giovedì, 13 Gennaio 2022 17:03

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