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alcuni giorni fa mi è capitato di fare zapping in tv e su canale 5 ho trovato una mia utente raccontare la sua storia. fino a qui, anche se discutibile, nessun problema. ovviamente parto dal presupposto che la discussione mancava di contrddittorio che per ovvi motivi non ci potrà mai essere (segreto prefessionale). ad un certo punto la sig.ra ha fatto il mio nome e cognome. la domanda è la seguente: si può fare? io non credo. oggi scriverò all'ordine per sapere come intendono tutelare me e gli altri colleghi che anche in futuro, vista la piega che sta prendendo questa trasmissione, verranno tirati in ballo.
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Penso che a stare a far zapping in tv si incontrano tutti i giorni storie in cui gli A.S. (ma anche psicologi, medici, avvocati, magistrati, idraulici, escort ecc..) vengono chiamati in causa da cittadini che ritengono di aver subito un torto o incomprensioni. Potrei consolarti dicendo che la tv (ormai in disarmo davanti ai nuovi media) è un grande stomaco che digerisce tutto e anche in fretta e 10 secondi dopo che l’utente in questione ha pronunciato le parole “schiuma.roma” la memoria le aveva già perse.
Potrei anche dirti che (a meno che la cosa non si configuri come una calunnia) è “normale” che i racconti si condiscano di nomi e cognomi senza che la cosa sia una particolare violazione. Ma la questione non è la signora che pronuncia più o meno arrabbiata il tuo nome, avrà i suoi motivi (ha avuto a che fare con te e questo è già un motivo di incavolatura Il problema è che la signora è a sua volta vittima di un sistema di comunicazione dove lei crede di averti trascinato in un tribunale virtuale, nel quale le sue ragioni (che non possono essere confutate) avranno sicuramente il benevolo consenso del conduttore di turno. Ma a quest’ultimo – di solito un blasonato mezzobusto giornalistico – non gli frega assolutamente di te, della storia e soprattutto della signora in questione. La signora è uno “strumento” dell’audience della trasmissione, se in redazione qualcuno ha pensato che “funziona”, allora la sua storia verrà raccontata. Ma se non porta “pubblico” (alle aziende che pagano gli spot) va cestinata anche la più tragica delle vicende personali. Ormai sparare sulla classe giornalistica e su certa tv-verità (sic!!!) è come sparare sul Trota (cioè è più facile che sulla croce rossa). Rimane il danno, non tanto il tuo in quanto non rendi conto al giornalista del tuo operato, quanto quello subito dalla signora, la quale forte del suo essere stata “approvata” dalla televisione, consolata dall’autorevole espressione di comprensione del conduttore (finta ovviamente ma necessaria agli sponsor) non potrà non rinforzarsi in un atteggiamento antagonista con i servizi che certo non aiuta nessuno, tantomeno (presumo … non ho visto la tv) i figli. |
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Sottolineo tutta la riflessione di Maurizio, che mette in evidenza tutto il contesto massmediatico in cui ciò si svolge.
Mi colpiscono tue due espressioni, cara Schiuma: 1) contraddittorio; 2) segreto professionale. Secondo me il "contraddittorio" non è tra noi e l'utente. Evitiamo di sentirci "parte", perchè noi non lo siamo, e lo sappiamo bene. Le "parti" sono i genitori da una parte ed i figli dall'altra, per la cui tutela c'è un Giudice (sulla cui esecuzione noi stiamo). Pure il "segreto professionale" da te richiamato mi fa ridere quando a violarlo è il genitore. Io non capisco perchè mai, quando ci sono questi fatti, noi, "accusati", stiamo zitti..... a vanteggio di chi? Non è che ogni volta che si richiama il "segreto professionale" in verità si vuole coprire la nostra capacità a "giustificare il nostro operato"?? Lo dico da giornalista: quando si raccontano le storie di vita e si paventa che la colpa dia del "signor x" , è normale sentire pure il signor x. Se in una trasmissione io vengo citato con nome e cognome, io telefono e chiedo un mio intervento in diretta. Secondo me c'è una bassa capacità della categoria a saper padroneggiare la comunicazione. Nel "gioco mediatico" ci vanno tutti, gli utenti, e noi no? In questo gioco l'assenza è da evitare. Gli effetti sono sempre quelli: ci attaccano, ci dipingono come incapaci, e noi che, invece di difenderci, invochiamo il nostro fratello maggiore (l'Ordine), che quasi sempre arriva e, se lo fa, lo fa in ritardo (mentre i massmedia hanno tempi veloci). Saluti. Ugo Albano |
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Ugo non sono daccordo su tutto quello che hai detto ( e ci mancherebbe!
L'ordine non lo vedo come il mio fratello maggiore ma come il garante della mia professione ed esigo, a prescidere da ciò che è successo a me, che tuteli il mio lavoro. |
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Assolutamente d'accordo con Schiuma, non c'è motivo di farsi utilizzare anche noi e la nostra professionalità da qualcuno che come ben dice Maurizio domani ci ha già dimenticato, ma i cocci nostri e della famiglia che seguiamo invece restano tutti e restano nelle nostre mani, nel senso che una volta che il nostro utente va in tv non è mica che poi la relazione con noi si conclude no? La presa in carico continua e come fai a farla continuare in modo serio e professionale dopo che ti sei confrontato con lui in televisione? Mi pare francamente difficilino
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Ringraziano per il messaggio: schiuma.roma
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Per carità, ognuno ha le proprie opinioni, e tutte sono rispettabili.
Invito solo a riflettere sull' "assenza" nostra nell'ambito della comunicazione di massa. L'utente può avere centomila motivi (tra cui l'illusione che, sputtanandoci, l'abbia vinta lui), resta però il fatto che spesso il messaggio lanciato è quello di "ingiustizie" agite nei loro confronti ad opera di assistenti sociali che, invece di aiutare, fanno il contrario. Io, ripeto, non ci vedo nulla di male ad intervenire - anche per telefono - in una trasmissione a dire la mia. Anche perchè io non mi porrei "contro" l'utente, ma farei capire il "senso" di quello che si fa, anche se può apparire paradossale (p.e. per tutelare il minore devo agire contro il genitore). La denuncia di un utente ai massmedia - ma anche un reclamo al nostro direttore - è legittima, solo che il fatto, per diventare notizia, ha bisogno di un minimo di approfondimento sulla fonte, cosa che è compito dei giornalisti. Probabilmente in queste situazioni salta questo pezzo. Ma ci sono conseguenze, oltre che deontologiche, penali. Insomma, se ognuno ha una propria onorabilità, perchè non dovrebbe averla l'assistente sociale? Insomma, come la giri e come la volti, siamo sempre lì: se ci sono cose da dire e diritti da difendere (in tal senso l'interesse dei massmedia) non c'è solo l'interessato, c'è pure la (supposta) controparte, la quale è chiamata a dar conto. Se una parte parla e l'altra no, un pò di responsabilità ricade pure su chi sta zitto. Non è una questione di "opinione". Oggi, 2012, per una "professione intellettuale" quale la nostra dovrebbe essere pure una competenza. Se non ce la sentiamo addosso, beh, formiamoci. Saluti a tutti. Ugo Albano |
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