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Vorrei tentare, con gli strumenti (pochi e forse malandati) una analisi “quasi antropologica” del lavoro che svolgo tutti i giorni, e come me, s’intende, molti altri. Il lavoro è, per quanto ricordo, riconducibile all’ambito dei complessivi fenomeni economici che regolano le società occidentali. Tali fenomeni sono descritti da molti degli studi effettuati nel tempo, sempre per quanto ricordo, riconducendoli al loro concetto, vale a dire quali espressioni del generale processo antropologico dell’alienazione. Il lavoro è è la generica attività dell’uomo e l’oggetto prodotto puo’ essere inteso come riassuntivo dell’essenza stessa del soggetto. Il fatto economico,dell’espropriazione ai danni di chi materialmente produce si spiega, appunto, con la struttura antropologica dell’alienazione: nel lavoro alienato, l’attività dell’uomo, scissa nella propria essenza, diviene mero mezzo per mantenere l’esistenza individuale. Ecco, se ben ricorso il ragionamento filava piu’ o meno cosi’. Ma io proprio qui mi incaglio col pensiero. A prescindre da quale sia il loro settore d’intervento specifico, gli operatori sociali, mai, dico e riaffermo con forza mai, hanno intrapreso il proprio lavoro con il puro intento di un semplice mantenimento economico. L’idealità, la spinta al cambiamento, la pro positività la produzione di moltiplicatori in favore dei contesti di volta in volta attraversati da proprio fare, questo è sempre stato il carattere primo del lavoro dell’operatore. Non importa se per generare tutto questo l’azione compiuta sia quella di spingere una carrozzina, cambiare un pannolone o passare le notti a raccattare per la strada persone in difficoltà. O forse,magari qualcuno lo fa, ma ha chiaramente sbagliato indirizzo. Il valore del lavoro, fuori da ogni tentazione di associarne una quantificazione a mere logiche di mercato, non puo’ essere determinato dall’appeal del prodotto o dalla forza del settore di mercato all’interno del quale ci si trova ad agire. Inteso, infatti, quale scisso dal contesto e dai moltiplicatori di utilità sociale che contiene, come potrebbe essere altrimenti quantificato i l lavoro di chi si occupa di sociale? L’essere riconosciuti come “agenti di cambiamento complessivo”, anche al di la di ogni anelito pseudo rivoluzionario che molti di noi portano nel proprio retaggio culturale, sarebbe l’unico modo per essere riconosciuto nella nostra qualità di lavoratori. Per paradosso, quindi, mi sento sempre piu’ convinto che, al di la del fatto che rivendico e sempre rivendichero’ la mia scelta di essere un operatore sociale, vorrei che il riconoscimento da parte di tutti per quello che faccio tutti i giorni nel mio lavoro sia proprio perché io sia riconosciuto come lavoratore. Non come un lavoratore che si occupa del disagio e quindi, quasi per attrazione modale, proprio ai limiti del disagio debba naturalmente vivere ma come lavoratore, produttore di realtà, “oggettivizzatore” del possibile in favore di tutti. Questo sto pensando in questi giorni, in relazione alla difficoltà vissuta nei confronti di Roma Capitale, dalle Cooperative Sociali, dagli operatori singoli e, non in misura minore, in relazione a come intendo il mio lavoro.
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