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Saperi Ladri di bambini Quando e' ora di partire
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Martedì, 30 Novembre 1999 01:00

Quando e' ora di partire

Scritto da  Marcella Gilli
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Spesso ci capita di percorrere lunghi tratti di strada con persone sole e abbandonate: quello che sto per raccontarvi è un cammino che ha degli spazi inesplorati, che forse mai nessuno potrà più esplorare: è stato breve e tutto in salita.
Ora, mentre inizio a scrivere, non so quale sarà il contenuto di questo scritto, ma spero che mi faccia del bene, che possa risanare qualche ferita.

La strada era una piccola poderale, di quelle vietate ai mezzi a motore. Nel passato c'erano state in quel luogo varie bufere invernali e frane in estate, alcuni alberi erano caduti sulla strada e i viaggiatori che vi si avventuravano necessitavano di un'abilità nel superare gli ostacoli: così iniziò un percorso che fu davvero duro.

Incontrai Giorgio qualche tempo fa, quando 'faceva il matto': urlava, pretendeva, non ha mai avuto un moto di cattiveria, di prepotente e reale aggressività. Uno psichiatra con grossi sforzi riuscì ad inserire Giorgio in comunità terapeutica; era un 'intervento tampone', ma era un' esperienza nuova per lui, richiesta anche dalla famiglia. Giorgio non si fermò molto in quel posto, ma riuscì a portarsi via un bagaglio di cose nuove: aveva finalmente capito che occorreva chiedere aiuto, avvicinarsi a qualcuno per cercare risorse nuove.

Forse però era tardi per ricostruire una vita: la moglie lo aveva lasciato, la famiglia ne aveva paura, perse ogni ancora e iniziò volare via. Iniziò a chiedere un 'aiuto sociale' per varie pratiche: avrebbe voluto costruire e poggiare la sua ancora (di salvezza) attraverso la ricerca di una casa, poi attraverso la ricerca di un lavoro, intanto dormiva al dormitorio. Fu proprio in quel momento che iniziammo a camminare per quella strada poderale, così aspra. Ogni giorno era necessario incontrarci, come per rinnovare un 'patto di fraternità' includente la vicinanza, l'ascolto.

Camminammo a lungo: per gestire il contributo, per espletare le pratiche sociali necessarie, per fare in modo che tornasse per brevissimi periodi a 'riposare' in una struttura. Durante il cammino, lunghissimo fu il racconto che di sé mi fece Giorgio: "la mia mamma non è più come una volta, vorrei che tornasse dolce come prima". Questo era il centro del suo disagio: il piccolo Giorgio ancora bambino urla nella culla, grida aiuto, per ore non incontra lo sguardo della sua mamma e non sa se tornerà. Probabilmente ho cercato di prestare a Giorgio quegli occhi di mamma, ma si sa i sostituti non funzionano e io di questo mi ero dimenticata.

Siamo quasi alla fine del cammino, sono stanca: a volte la stanchezza mi sorprende, pensavo di essere più forte, invece a volte Giorgio si arrabbia con me, mi urla che non sono mai stata un aiuto (proprio come la mamma?), poi torna: ora sono io che chiedo aiuto, non riesco a quietare quel pianto di bambino ormai divenuto folle, ma intorno a me non c'è nessuno. Mi accorgo che, proprio come Giorgio, più chiedo aiuto e più rimango sgomenta: i colleghi non rispondono. Ad un certo punto la strada si modificò, gli alberi caduti si fecero più radi e non riuscii a capirne il motivo. D'un tratto Giorgio modificò anche l'intensità del suo pianto, come se una spiegazione se la fosse data e si fosse messo in attesa.
Tutto si rannuvolò, Giorgio incominciò a parlarmi del mondo dopo la sua 'dipartita'. Mi parlò a lungo del suo funerale, dell'ultima soluzione finale che aveva trovato. Un giorno mi chiese, "dammi una buona ragione per restare, solo una".

Tentai per l'ultima volta di gettare l'ancora, Giorgio chiese una struttura per gestire la crisi, mi disse: " ci vado, ma promettimi che mi faranno riposare, ho bisogno di riposare. Mi metterei su di un prato, al silenzio".
Cercai quindi un rifugio per Giorgio, lontano da quella poderale così aspra. Giorgio purtroppo due giorni dopo, un sabato pomeriggio, lasciò quel rifugio e iniziò a camminare. Il percorso diventò solo suo, personale. Con una corda si fece vedere da molti, a molti chiese la garanzia che, quella madre avida d'affetto, non partecipasse al suo funerale, che i suoi organi ("quelli buoni") fossero donati.

Lo trovarono vicino alla stazione dei treni, ma prese un treno che non lo riporterà indietro.
La Questura mi chiamò perché in tasca aveva ancora un biglietto di un appuntamento che aveva avuto con me. Non riesco ancora a crederci: razionalmente mi trovo d'accordo con Giorgio, la sua scelta era l'unica possibile, in campo non c'era più una risorsa e il dolore dell'abbandono era una sofferenza troppo grande. Io non avrei potuto fare di più. Ma poi mille domande s'affacciano: Perché ci ha avvertiti? E' stato come farci partecipe di un normale evento della vita, come quando si dice "sai, mi sposo, vado ad abitare via"? Gli psicologi dicono che i veri suicidi non avvertono ma forse Giorgio non è stato nemmeno un suicida, solo una persona che aveva finalmente trovato un suo modo, una sua soluzione alla sofferenza.

Dopo aver chiuso alcune sue pratiche e la cartella ho voluto accompagnare Giorgio anche nell'ultimo giorno. La bara fu portata al cimitero dai famigliari in alto, come un trofeo. Naturalmente nessuno osò spiegare le ultime volontà alla madre. Di fronte la sua tomba un piccolo prato verde ancora intatto, forse era quello il suo prato il riposo tanto sperato.
Non so spiegarmi ancora oggi perché sento un grande dolore, perché non accetto che una vita non abbia potuto avere alcuna chance: eppure ne ho viste tante così. Forse attraverso quella breve strada fatta insieme, chissà.

 

Letto 3413 volte Ultima modifica il Martedì, 02 Febbraio 2021 01:07

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