Tokyo - seconda parte
di Federico Basigli
Se non la avete letta, qui trovate la prima parte dell’articolo sulle Olimpiadi di Tokyo viste “con gli occhiali del sociale”.
In effetti questa che, se vorrete, andrete a leggere è “Tokyo, seconda parte”, ed è un titolo che non avrebbe avuto senso se non ci fosse stata la prima parte.
Lineare, no?
Jobs and Jabs
Da Maggie a Kellie
Kellie Harrington è una pugile irlandese, medaglia d’oro dopo aver sconfitto, tra le altre, la nostra Rebecca Nicoli. La boxe è da sempre riscatto sociale e possibilità di trovare la propria strada. L’esempio di Cassius Clay / Mohammed Alì ce lo ricorda ogni giorno, ma anche il nostro bronzo Irma Testa può dirci molto, a riguardo. In campo cinematografico c’è un film, Million Dollar Baby che con la scusa della boxe disegna un trattato di sociologia applicata alla realtà. Maggie, la giovane pugile, che regala una casa alla madre ed ai fratelli e loro che d’impatto rifiutano sdegnati perché altrimenti potrebbero perdere i soldi dell’assistenza sociale. La madre che parla con schifo del fatto che la figlia sia una pugile, ma che senza schifo accetta i soldi che vengono da quella attività. Maggie, che il suo allenatore chiama Mo Cuishle, che trova una nuova, una vera vita come pugile e la morte, quando una avversaria la colpisce da dietro rompendole il collo. Maggie, alla quale viene amputata una gamba e che perde la guerra col proprio corpo, divenuto debole ed incapace di reagire alle cure, Maggie che chiede al suo allenatore di farla finita, e lui che con un gesto di amore estremo si priva della persona più cara che ha, come l’indiano Bromden con Nicholson / McMurphy in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, un film simbolo sul tema del disagio negli ospedali psichiatrici di allora.
Dicevo di Kellie Harrington.
Pugile part time, lavora come donna delle pulizie presso una clinica psichiatrica. Ha dedicato l’oro olimpico agli ospiti della clinica.
Kellie, che magari Ken Loach fa in tempo a farci un film.
Mo cuishle, in gaelico: il mio tesoro, il mio sangue.
Comunità e senso di cura
Una staffetta è di suo un concentrato di collaborazione che in millesimi di secondo deve prendere forma. Passarsi il testimone può farti perdere centesimi fondamentali, a volte decimi, a volte tutto, e nell’economia della gara conta tanto, spesso fa la differenza tra una medaglia e l’altra, tra l’oro e l’aria.
La 4x100 italiana ha vinto, penso lo sappiate tutti, qualcuno mi avrà anche sentito strillare. Ogni staffetta ha una miccia ed un innesco. La miccia è stato Patta, l’innesco Tortu e la sua splendida rimonta. Nelle frazioni di mezzo Jacobs e un figlio d’Italia che ha dovuto attendere 18 anni per essere tale, Eseosa Fostine Desalu, detto Fausto, nato a Casalmaggiore.
Fausto è italiano da sempre, anche da quando non lo era, ed ha un rapporto strettissimo con la mamma (cosa c’è di più italiano?), che l’ha cresciuto praticamente da sola dopo che il padre se ne è andato quando Fausto aveva solo due anni. È la storia di una comunità, quella di Breda Cisoni, frazione di meno di mille anime, che ha aiutato una ragazza sola con un figlio piccolo, ed è la storia del sorriso che abbiamo conosciuto alla fine della staffetta, familiare a chi ha visto Fausto diventare grande. Bisognerebbe ricordarsene, oggi, quando ci dicono che modelli inclusivi non sono replicabili.
Invitata in televisione, la mamma di Fausto ha declinato perché impegnata nel suo lavoro, come badante. Quelle badanti che troviamo a casa di genitori o nonni, con famiglie lontane ed un telefonino come ponte.
Il lavoro come impegno primario, l’unica strada che porta frutti. E Fausto, centesimo dopo centesimo, lo ha ben capito. D’altronde quando domi le curve strette della vita cosa vuoi che sia la semicurva della pista di atletica?
Welcome refugees
Kimia Alizadeh pratica da anni il taekwondo, disciplina che con Vito dell’Aquila ci ha regalato quest’anno un bellissimo oro. Lo pratica da anni, ed infatti già a Rio Kimia ha vinto la medaglia di bronzo. Ma nel 2020 l’atleta è fuggita dall’Iran accusando il Governo iraniano di aver fatto propaganda coi suoi risultati sportivi, contestando con forza la discriminazione e l’oppressione perpetrata sulle donne da parte del suo paese. Lei, prima donna medagliata nella storia dell’Iran, ha quindi subito il rifiuto della sua Federazione a poter gareggiare, ed anche se la Germania, dove ora Kimia vive, ha iniziato le procedure per poterla schierare sotto la sua bandiera, ad oggi la situazione è in stallo. Tokyo 2020 ha visto Kimia partecipare come membro della squadra Olimpica dei Rifugiati (la stessa di Yusra, vedi Tokyo, parte prima) e la ragazza è giunta ad un passo dal bronzo, sconfitta nella finalina.
Agli ottavi aveva eliminato la campionessa olimpica in carica, ai quarti, una atleta iraniana, sotto gli occhi della sua ex Federazione.
Kimia, che si definisce con orgoglio figlia dell’Iran, ma che lotta contro i vertici della sua nazione affinché le sue connazionali possano sognare.
Progettare insieme, con Greg
Ne ho già parlato, ma Paltrinieri ha fatto qualcos’altro che non era preventivabile. Si è preso un bronzo nella 10 km in acque libere. Avevamo già parlato del suo processo di ricostruzione dopo la mononucleosi, malattia contratta nel mezzo del programma degli allenamenti che avrebbe dovuto impedirgli di partecipare ai Giochi di Tokyo, della capacità di Greg di progettare insieme, col suo staff, un piano B per tornare ciò che era, ciò che voleva essere. Le acque libere sono diverse dall’acqua della piscina, sono più forti le correnti, più vibranti gli spostamenti a cui vieni costretto (almeno mi dicono, io manco so nuotare).
Le acque libere come metafora di quegli scossoni continui che modificano le nostre traiettorie, le vite di cui abbiamo il compito (l’opportunità? Il dovere? La fortuna?) di occuparci. Greg ha dimostrato, ancora, che la forza di volontà fa la differenza. E se sappiamo che non sempre il massimo impegno di tutti fa sì che si raggiunga il massimo risultato, beh, è anche vero che senza quell’impegno gli obiettivi puoi raggiungerli per sbaglio una volta (forse), ma poi il bluff viene a galla.
Ecco, imparare da Paltrinieri l’arte della resilienza non mi sembra male.
Figli di un dio, minori.
Il 10 perfetto: a che prezzo?
Sappiamo quale sia l’impegno che è necessario per produrre un cambiamento, e sappiamo che tempi imponga. Così, quando vediamo una 14enne volteggiare in aria prima di entrare in acqua senza quasi che la superficie si increspi, osserviamo il miracolo e non ne comprendiamo forse a pieno il senso. La campionessa olimpica della specialità è una bambina cinese, Hongchan Quan, che ha vinto l’Olimpiade dei tuffi (con il record olimpico) dall’altezza più importante, quella dei 10 metri.
Spesso per un bambino la strada più corta per arrivare ad un risultato è l’arabesco, a volte fantasioso, ma Hongchan non ne ha avuto tempo: sua mamma è malata ed ha bisogno di cure costose. Hongchan ha un talento acquatico che ha fatto sobbalzare tutti gli allenatori cinesi, e parliamo della nazionale che ha vinto 8 degli ultimi 10 ori olimpici, a volte, come a Rio, facendo doppietta.
Più che un dominio, un monopolio.
Più che una scuola, una dottrina, il tuffo perfetto come esigenza e non come ideale.
Hongchan, per quel che può, ha trovato la soluzione ai problemi della mamma: salta, vince ed ha come obiettivo di dare le cure migliori alla mamma. Hongchan fa il tuffo perfetto e prende 10, che è il numero, alle Olimpiadi, di un’altra bambina fenomeno, Nadia Comaneci. Nadia, sbocciata anche lei 14enne, ai Giochi Olimpici di Montreal ‘76, è stata la ginnasta perfetta, figlia del regime di Ceausescu e fuggita dalla Romania, rifugiata negli Stati Uniti e solo allora capace di parlare dei metodi, delle rinunce e della violenza degli allenamenti a cui veniva sottoposta.
Nella speranza che il tempo non sia passato invano, buona fortuna Hongchan!
Paralimpiadi
Dal 24 agosto al 5 settembre a Tokyo si svolgeranno le Paralimpiadi. Far sì che tutti possano esprimersi è compito dello Stato e di tutti noi. Perché talenti ne esistono dappertutto, e se ad occhio nudo possiamo vedere mancanze, osservando veramente le persone troveremo sempre abilità su cui investire.
Un pensiero speciale va ad Alex Zanardi, simbolo di voglia di vivere e capacità di portare messaggi. Sta facendo riabilitazione dopo il terribile incidente di più di un anno fa, la moglie nell’ultima intervista di inizio luglio ha dato degli aggiornamenti positivi, spero di poterlo rivedere presto.
Le Paralimpiadi lo avrebbero visto protagonista, lui già oro a Londra 2012 e Rio 2016.
Noi sognatori speriamo che quella di Tokyo sia solo una pausa forzata e confidiamo di vederlo a Parigi.
Parigi 2024, vista sul futuro
Siccome per 3 anni non riscriverò sulle Olimpiadi, mi porto avanti parlando di qualcuno che a Parigi spero possa esserci.
Great Nnachi ha 16 anni. È nata in Italia, da genitori nigeriani, come Desalu. E’ una giovane promessa del salto con l’asta e delle discipline veloci. Compirà 18 anni a settembre 2022 e fino ad allora non potrà gareggiare all’estero con la nazionale italiana nonostante sia stata nominata dal Presidente Mattarella Alfiere della Repubblica “per le sue qualità di atleta, affinate pur tra difficoltà, e per la disponibilità che mostra nell’aiutare i compagni e nel collaborare alla formazione ed all’allenamento dei più piccoli”. Al momento Great è troppo brava per il contesto italiano, troppo superiore alle sue compagne, ma non può fare il passo successivo.
Alfiere della Repubblica italiana che non può gareggiare per la nazionale italiana nei contesti più alti.
Storture di leggi che sono - per fortuna - in – purtroppo – lenta evoluzione, e speriamo che le nuove soluzioni normative tengano conto delle esperienze di vita di questi ragazzi, che se solo li si ascoltassero certe barriere mentali cadrebbero da sole.
Che sia ius soli, ius soli temperato, ius culturae, va ricordato che questi ragazzi vivono già qui e – non so come dirlo meglio - nel loro essere sono già italiani.
Rendere migliore la loro vita significa rendere migliore la società.
Lo sport, come sempre, ha il pregio di anticipare le dinamiche, di rendere visibile quello che verrà.
………………………
Ho scritto perché forse prendersi del tempo per leggere queste storie, comprendere queste storie, può dare una chiave di lettura per aiutare a capire meglio il mondo intorno. Ci rileggiamo tra 3 anni, forse.
Grazie Tokyo.
Federico Basigli




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