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Gentile sig. Zanon, non ho modo di accedere al citato articolo ma dalle risposte date me ne faccio un'idea. Sono d'accordo con tutti che la generalizzazione non ha significato, denigrare una categoria intera non ha senso riconoscendo io da esterno l'utilità del servizio sociale. Però alcune domande mi sorgono spontanee visto che la discussione pare verta verso un ramo specifico che è quello dell'allontanamento del minore dal nucleo familiare. Comprendo questa necessità in svariati casi di maltrattamento o addirittura abuso, ma siamo certi di agire nel supremo interesse del minore in tutti i casi? Dico questo poiché interessandomi di tali cause sono al corrente di casi dove supposto che sia stato necessario l'allontanamento, non si opera nel dovuto modo per favorire il rientro in famiglia cessato lo stato di necessità. Mi spiego, in alcuni casi viene utilizzato il solo sospetto per mettere in moto il meccanismo senza aver prima espletato idonei accertamenti, che prevede a seguito della segnalazione l'intervento del tribunale dei minori; a questo punto, dopo il provvedimento urgente del giudice viene presa in carico la famiglia o il singolo genitore che viene sottoposto a percorsi valutativi e di approfondimento di norma caratteriale o più conosciuto con il termine, requisito di "idoneità genitoriale". Percorsi che durano periodi incredibilmente lunghi per quello che può essere un normale umano punto di vista, dove il genitore nel farttempo magari incontra il figlio quindicinalmente o addirittura mensilmente per una o poco più ore, e che vanno avanti per mesi o anni ingenerando acuta sofferenza nella famiglia e nei figli che si trovano catapultati in un mondo completamente alieno privo degli affetti e delle figure che normalmente ruotano attorno tutti noi durante la nostra crescita, ed a genitori orbati dell’affetto della persona più cara. A questo punto sorge il dubbio che la preparazione di parte del personale incaricato a svolgere tale ruolo non sia idonea all’espletamento di questo compito poiché favorendo il supposto (non sempre accertato in giusta misura) interesse del minore non si tiene conto del benessere certo della famiglia o del singolo genitore. Quest’ultimo/i infatti viene obbligato a sottoporsi a tutto ciò che viene imposto (a volte il termine è “consigliato” ma guai a non aderire pena relazione negativa al tribunale). A questo punto il servizio diventa una macchina che genera lavoro per la categoria di psicologi, psichiatri, c.t.u e quant’altro, senza che di tali percorsi se ne veda la fine, addirittura sminuendone l’utilità a posteriori per prescrivere nuovi percorsi, come accaduto, o addirittura non tenendone addirittura conto in caso di riscontro positivo. Sono contento lei abbia fatto riferimento al codice deontologico che è strumento principe di direttive attentamente studiate per agire e non interferire negativamente, ma la prassi utilizzata e sopradescritta non mi sembra molto conforme a quanto esplicitato dal codice. Quanto al citato art. 15, non ho mai avuto modo di vederlo posto in opera poiché quando questo avrebbe ragione di essere utilizzato, la responsabilità viene di norma dirottata al giudice, attribuendogli direttive che sappiamo essere generiche incaricando il servizio di espletare i vari percorsi come invece specifiche. Auspico dunque che il personale incaricato di questo tipo di servizio si preoccupi sempre più di persone e non di “casi” e che oltre alla professionalità necessaria a questa delicata trattazione applichi la giusta dose di umanità utile a recepire tutte le sfaccettature che l'azione implica e non solo il fine a tutti i costi. Grazie, saluti.
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Sig. Zanon,
Le mando le reazioni degli ascoltatori dopo aver sentito la registrazione della bambina "mamma portami a casa" su Canale 5 So che Lei non può fare nulla in questo caso specifico, e' solo che mi sembra giusto completare l'informazione. Inoltre mi preme continuare a sensibilizzare la vostra categoria anche sulle reazioni dell'opinione pubblica o dei non addetti. La sensazione e' che manchi umanità. Un saluto, Cinzia |
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